Contribuiscono a rendere più innovativo e “internazionale” l’intero sistema di impresa italiano, sostengono l’occupazione e la mobilità delle persone di origine straniera, crescono ininterrottamente, anche in contesti economici sfavorevoli. Sono i protagonisti del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con la Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa). La ricerca è anche un prezioso osservatorio sulle tendenze nei comportamenti occupazionali della popolazione di origine straniera in Italia, tendenze che smentiscono anche diversi stereotipi.
Un “dinamismo anticiclico”
Il Rapporto parla di “dinamismo anticiclico dell’imprenditorialità immigrata”. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese autoctone diminuivano del 7,9 per cento, quelle condotte da stranieri sono aumentate del 46,9 per cento, passando da 454.029 a 666.767 unità, nonostante gli strascichi della crisi del 2008, la pandemia, i conflitti e le relative tensioni energetiche. Così, alla fine del 2024 esse rappresentano un nono di tutte le attività indipendenti del Paese. E la ricerca avverte che ci sono ampi spazi di ulteriore crescita in futuro. Uno di questi è la ancora relativamente bassa incidenza dei lavoratori indipendenti sul totale degli occupati immigrati: solo il 12,9 per cento contro il 20,9 tra i nati in Italia (un’incidenza, questa, tra le più alte in Europa).
Solidi e “strategici”
Il primo degli stereotipi messi in crisi dal Rapporto riguarda proprio il personale delle imprese immigrate. È vero che le ditte individuali rappresentano ancora la maggioranza delle imprese condotte da persone nate all’estero (72,4 per cento) tuttavia, soprattutto nell’ultimo quadriennio, si è verificata una “incisiva transizione verso forme societarie più strutturate. Le società di capitale, già segnate dai ritmi di aumento più sostenuti nel lungo termine (+223,2 per cento tra il 2011 e il 2024), nella fase post-pandemica si sono affermate come il principale motore dell’espansione imprenditoriale dei migranti”. Alla fine del 2024 coprono più di un quinto dell’intero tessuto di impresa immigrato (21,1 per cento), a fronte del 9,6 per cento del 2011.
Un secondo stereotipo riguarda la durata: più di un terzo delle imprese immigrate (37 per cento) ha alle spalle oltre 10 anni di attività, un dato che attesta la crescita di esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale. Talmente integrate, ed è il terzo stereotipo incrinato dalle analisi del Rapporto, da essere sempre più presenti nelle catene di fornitura locali: tra il 2019 e il 2022, il 18 per cento delle 136mila aziende manifatturiere italiane prese in esame da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate (per un valore di oltre 3 miliardi).
Non più solo “etnici”
Un quarto stereotipo riguarda infine la “lenta ma graduale attenuazione della tendenza di ciascun gruppo a concentrarsi in determinati ambiti di attività (specializzazioni etniche). Pur restando evidente la canalizzazione nel commercio di marocchini (62,5 per cento), bangladesi (62,6 per cento) e pakistani (46,8 per cento), la concentrazione nell’edilizia di albanesi (66 per cento) e romeni (55,4 per cento) e la predilezione dei cinesi per il commercio (34 per cento), la manifattura (31,6 per cento) e il comparto ristorativo-alberghiero (15,1 per cento), nel tempo, e in modo accentuato negli ultimi anni, si distingue un graduale indebolimento di tali primati, specchio sia dell’andamento del mercato sia dell’emergere di nuovi comportamenti e nuovi soggetti imprenditoriali, tra cui spiccano le donne”. E se l’edilizia e il commercio restano i settori trainanti dell’imprenditoria immigrata, dopo la pandemia si sta facendo strada un numero crescente di imprese impegnate nei servizi specialistici (immobiliari +32,6 per cento, finanziari e assicurativi +25,4 per cento dalla fine del 2020), in attività “scientifiche e tecniche” (+18,8 per cento) e nei cd. altri servizi (+26 per cento). Una tendenza affiancata dalla inattesa flessione proprio del commercio (-6,6 per cento) e dalla già consolidata ascesa di alberghi e ristoranti (+93,6 per cento dal 2011).
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