Senza l’immigrazione l’Italia perderebbe popolazione molto più rapidamente. È quanto emerge dalle nuove previsioni demografiche dell’Istat, diffuse il 31 agosto 2026, che confermano un calo strutturale dei residenti fino al 2080 e affidano ai flussi migratori dall’estero l’unico argine, seppure parziale, alla contrazione della popolazione italiana.
Secondo lo scenario mediano elaborato dall’Istituto nazionale di statistica, la popolazione residente in Italia scenderà dai 58,9 milioni del 1° gennaio 2025 a 55 milioni nel 2050, fino a 45,8 milioni nel 2080. Un calo che nessuno scenario, nemmeno il più favorevole, riesce a evitare.
Il dato più significativo per chi si occupa di migrazioni riguarda l’equilibrio tra nascite, decessi e movimenti migratori. Le previsioni Istat indicano che il saldo naturale (la differenza tra nati e morti) resterà negativo per tutto l’orizzonte previsivo, passando da circa -296mila persone nel 2025 a un picco di -570mila nel 2059. Le nascite, stabili intorno a 355mila l’anno fino al 2030, scenderanno progressivamente fino a 281mila nel 2080, mentre i decessi cresceranno fino a raggiungere quota 869mila nel 2058.
In questo contesto, il saldo migratorio con l’estero resterà l’unico fattore di segno positivo: gli immigrati, oggi attorno alle 432mila unità l’anno, si manterranno tra le 372mila e le 423mila unità nei prossimi decenni, a fronte di un’emigrazione italiana stimata tra le 144mila e le 183mila unità annue. Il saldo netto, quindi, oscillerà tra le 204mila e le 296mila persone l’anno. Un apporto costante, ma insufficiente: come sottolinea l’Istat, “il contributo migratorio non compensa le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati”.
Le previsioni evidenziano anche divari territoriali marcati. Il Nord Italia è l’unica ripartizione a registrare una crescita della popolazione nel breve periodo (2025-2030), sostenuta proprio dal saldo migratorio estero, che qui rappresenta “il principale fattore di sostegno demografico”. Anche in questo caso, però, l’immigrazione non riesce a compensare interamente le perdite dovute alla dinamica naturale negativa, e dal 2030 anche il Nord tornerà a perdere popolazione.
Il quadro cambia nel Mezzogiorno, dove “si osservano le trasformazioni più profonde”: qui il saldo naturale è fortemente negativo e, pur restando positivo, il saldo migratorio estero ha dimensioni molto inferiori rispetto al deficit demografico, favorendo un progressivo spopolamento dell’area. Il Mezzogiorno perderà oltre un terzo della sua popolazione entro il 2080, passando da 19,7 a 12,3 milioni di residenti.
L’invecchiamento della popolazione è, secondo l’Istat, “uno dei risultati più sicuri” delle previsioni: l’età media salirà dai 46,9 anni del 2025 ai 52,1 anni del 2080, con la quota di over 65 che passerà dal 24,7 al 36,8 per cento. Parallelamente, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà dal 63,4 al 53,2 per cento del totale, un calo di quasi 7 milioni di persone tra il 2025 e il 2050.
A parziale compensazione, l’Istat prevede una crescita della partecipazione al lavoro, dal 66,7 al 71 per cento nel 2050, trainata soprattutto dall’occupazione femminile. Ma anche questo aumento non basterà a colmare il vuoto lasciato dal calo demografico: la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scenderà comunque di circa 3,4 milioni di unità entro il 2050.
Qui potete leggere i dati generali del report Istat






