Circa un minore straniero non accompagnato su dieci entra nel circuito della giustizia minorile, con un rischio molto più alto rispetto ai coetanei italiani e ai minori stranieri che vivono in Italia con la famiglia. È quanto emerge dal report dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali (Iprs), promosso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. La ricerca indica un fattore di protezione decisivo: l’accoglienza specializzata nei Sai minori. Segnala però anche una rete di tutela ancora fragile.
Il report parte da un dato: la devianza non riguarda allo stesso modo tutti i minori stranieri non accompagnati. I ragazzi provenienti da Egitto e Tunisia sono molto rappresentati tra quelli presi in carico dalla giustizia minorile. Altre nazionalità numerose tra i minori soli presenti in Italia, come Bangladesh e Gambia, sono invece quasi assenti. Lo stesso vale, per la specificità dei loro percorsi migratori, per i minori ucraini.
Per capire le ragioni di queste differenze, Iprs ha condotto una ricerca quali-quantitativa. Ha ascoltato circa 110 operatori e ha analizzato 80 casi seguiti dai servizi. L’obiettivo era ricostruire i percorsi dei ragazzi nel sistema di accoglienza prima del reato e, dopo, nei servizi della giustizia minorile.
Il risultato più netto riguarda la fase che precede il reato. I Sai minori sembrano offrire un presidio educativo più solido rispetto alle comunità educative e ai Cas minori. I Cas sono i centri di accoglienza straordinaria attivati quando i posti nel sistema ordinario non bastano.
A livello nazionale circa un msna su quattro è accolto nei Sai. Tra i ragazzi entrati nel circuito penale analizzati dalla ricerca, invece, solo poco più di uno su dieci era passato da un Sai prima del reato. Per chi è transitato in una comunità educativa non Sai, il rischio di entrare nel circuito penale risulta circa quattro volte maggiore.
Una volta entrati nel sistema della giustizia minorile, i ragazzi seguono due strade molto diverse. Circa il 30 per cento accede alla messa alla prova (Map), in proporzioni simili a quelle della popolazione minorile nazionale. Questo gruppo mostra gli indicatori più favorevoli: più spesso ha un permesso di soggiorno regolare e raramente la misura viene revocata.
Oltre sei ragazzi su dieci, invece, passano almeno una volta per un Istituto penale per i minorenni (Ipm), e quasi la metà già al primo reato. Gli ingressi in Ipm dei msna sono 16 volte superiori a quelli dei minori italiani e quasi sei volte quelli degli stranieri nel loro complesso. Sono anche percorsi più discontinui, segnati da frequenti trasferimenti tra istituti, con esiti meno positivi. In più manca un adeguato sostegno psicologico, nonostante gli operatori descrivano profili di forte fragilità.
Il report segnala una forte debolezza della rete di protezione. Solo sei ragazzi su 80 hanno un tutore volontario realmente presente e attivo, qualunque sia il loro percorso giudiziario. La tutela prevista dalla legge è quindi ancora lontana dall’essere una presenza stabile nella vita di questi minori. Eppure, quando il tutore c’è davvero, gli operatori notano una maggiore continuità delle relazioni. Osservano anche una migliore adesione al progetto educativo e un coordinamento più efficace tra i servizi.
Dai focus group con gli operatori della giustizia minorile emerge soprattutto la fatica di costruire progetti educativi. Le situazioni sono molto complesse, ed è difficile trasformare la presa in carico in percorsi strutturati, che siano educativi, rieducativi, riabilitativi o terapeutici. Secondo la ricerca, il sistema appare spesso impegnato a contenere le situazioni difficili più che a cambiare le traiettorie individuali.






