Il brutale omicidio di quattro braccianti agricoli ad Amendolara, in provincia di Cosenza, ha riportato al centro del dibattito pubblico il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento della manodopera agricola. A fare il punto sulla situazione sono Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, ricercatori dell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismed), curatori insieme al professor Francesco Carchedi dell’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato.
Oltre 11.000 lavoratori in condizioni di irregolarità
Secondo i dati elaborati dai ricercatori, nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di un contingente compreso tra 11.000 e 12.000 lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità. Un fenomeno particolarmente concentrato nelle raccolte stagionali, con epicentri nei territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia e Trebisacce. La manodopera proviene prevalentemente da India, Marocco e Mali. All’interno di questo ampio bacino di lavoratori convivono situazioni molto differenti tra loro. Si passa dal cosiddetto “lavoro grigio“, formalmente regolare, con contratto, ma caratterizzato da orari superiori alla norma, retribuzioni di fatto a cottimo e giornate lavorative dichiarate in misura inferiore a quelle effettivamente svolte, fino alle forme di lavoro nero, dove lo sfruttamento assume aspetti estremi, alimentato dall’assenza del permesso di soggiorno e dalla totale mancanza di alternative occupazionali.
I ricercatori del Cnr-Ismed descrivono un sistema complesso e articolato che attraversa segmenti sempre più ampi delle filiere agricole calabresi e, più in generale, dell’intero comparto agricolo nazionale. Il caporalato, storicamente radicato nel mercato del lavoro agricolo italiano, ha assunto negli ultimi decenni configurazioni inedite: cresce l’integrazione operativa tra caporali stranieri e intermediari italiani, con modalità di reclutamento e gestione della forza lavoro sempre più difficili da individuare e perseguire. Si sviluppano così vere e proprie reti del caporalato, nelle quali organizzazioni appartenenti a diverse comunità straniere interagiscono con interessi economici e strutture locali. In Calabria, questo fenomeno si intreccia ulteriormente con il tradizionale interesse delle organizzazioni criminali nei confronti del settore agricolo.
Uno degli elementi più inquietanti evidenziati dal rapporto riguarda il ruolo della violenza all’interno di questo sistema. Secondo i ricercatori, la dimensione coercitiva non è un elemento episodico, ma è in qualche modo inscritta nella stessa logica del caporalato. Lo suggerisce persino l’origine militare del termine: “caporale” richiama un modello gerarchico fondato sull’obbedienza e sulla disciplina, dove il dissenso non trova spazio. Il rapporto tra caporale e bracciante non è, quindi, una normale relazione di lavoro ma è un rapporto di potere, esercitato attraverso il controllo delle persone, la dipendenza economica e, nei casi più gravi, la minaccia fisica. La violenza interviene quando gli altri strumenti di coercizione, il ricatto legato alla condizione giuridica, la vulnerabilità occupazionale, non bastano più a tenere in piedi il sistema. “Essa rappresenta non un’anomalia, ma uno degli strumenti attraverso cui il caporalato continua a perpetuarsi e a riprodurre condizioni di grave sfruttamento e coercizione” concludono Ferrarese e Di Sanzo.






