Nonostante anni di tensioni politiche, crisi economiche e dibattiti sempre più polarizzati sulle migrazioni, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale nei confronti delle persone rifugiate resta solido. È quanto emerge dalla nuova indagine globale Ipsos, realizzata in collaborazione con l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che ha coinvolto oltre 21mila persone in 29 Paesi del mondo.

Il dato più significativo riguarda il diritto d’asilo in sé: il 66 per cento degli intervistati concorda sul fatto che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter cercare protezione altrove. Si tratta di un calo minimo, appena un punto percentuale, rispetto al 2025, e di un valore ormai tornato ai livelli pre-pandemia.

I ricercatori sottolineano come non esista una visione unica e globale sul tema: le opinioni variano molto in base al contesto nazionale, alla copertura mediatica e al dibattito politico locale. Il sostegno più alto si registra in Svezia e Paesi Bassi (78 per cento), seguite dalla Spagna (76 per cento). L’Italia si colloca comunque su livelli elevati, al 72 per cento, con un lieve aumento (+1 per cento) rispetto all’anno precedente. Colpiscono le variazioni registrate in alcuni Paesi nell’arco di pochi anni: in Giappone il sostegno ai rifugiati è quasi triplicato, passando dal 23 per cento del 2019 al 64 del 2026, mentre in Francia è salito dal 43 al 68 per cento nello stesso periodo.

Trinh Tu, managing director di Ipsos Uk, ha spiegato che il sostegno alla protezione delle persone in fuga non è cambiato in modo sostanziale, ma che cresce l’attenzione verso il funzionamento pratico dei sistemi d’asilo e la loro equità. Secondo l’analista, sostegno ai rifugiati e dubbi sui sistemi vengono spesso presentati come posizioni opposte, mentre la ricerca dimostra che nella realtà tendono a coesistere: il dibattito pubblico si starebbe spostando dalla domanda “se” proteggere le persone rifugiate a quella su “come” farlo, con quali modalità e con quale condivisione delle responsabilità tra Paesi.

I dati italiani restituiscono un quadro articolato. Se il sostegno di principio alla protezione resta alto (72 per cento), il 52 per cento degli intervistati ritiene che molte richieste di protezione internazionale possano essere motivate da ragioni economiche più che da un reale bisogno di protezione, percentuale comunque in calo rispetto al 54 per cento del 2025.

Sulle frontiere, il 44 per cento degli italiani ritiene che debbano essere chiuse alle persone rifugiate, un dato in crescita di quattro punti rispetto all’anno scorso. Allo stesso tempo, il 48 per cento pensa che le persone rifugiate possano integrarsi con successo nella società italiana, una percentuale superiore alla media globale (44 per cento), e il 41 per cento ritiene che il loro contributo possa essere positivo per il Paese, anche in questo caso sopra la media mondiale, ferma al 39 per cento. Un quadro che conferma quanto sostenuto da Ipsos: sostegno alla protezione e diffidenza verso alcuni aspetti del sistema d’asilo non si escludono a vicenda, ma convivono nella stessa opinione pubblica.

Anche in questa edizione dell’indagine, i più giovani si confermano il gruppo generazionale più aperto sul tema. Quasi la metà della Generazione Z (49 per cento) crede che le persone rifugiate possano integrarsi con successo, contro il 39 per cento dei baby boomers. I giovani mostrano inoltre minore sostegno alla chiusura delle frontiere e meno dubbi sull’autenticità delle richieste d’asilo, sebbene alcune preoccupazioni restino trasversali a tutte le fasce d’età.

Sullo sfondo di una riduzione dei finanziamenti destinati agli aiuti umanitari a livello globale, l’indagine registra un cambiamento nelle aspettative dell’opinione pubblica rispetto a chi debba farsi carico della protezione delle persone rifugiate. Cresce la quota di chi attribuisce un ruolo maggiore alle organizzazioni non governative (dal 23 al 28 per cento) e ai governi nazionali (dal 16 al 20 per cento), mentre diminuisce sensibilmente la percentuale di chi ritiene che la responsabilità principale debba ricadere sui Paesi più ricchi, passata dal 30 al 21 per cento.

Interrogati su come rispondere concretamente alle situazioni di sfollamento forzato, gli intervistati indicano come priorità l’assistenza umanitaria diretta, insieme all’azione diplomatica e alla protezione temporanea. Il reinsediamento, pur restando uno strumento fondamentale per le persone rifugiate più vulnerabili, non viene più percepito come l’unica risposta possibile, in un quadro in cui il sostegno pubblico si distribuisce su una gamma più ampia di interventi.

Per Dominique Hyde, direttrice del Dipartimento delle Relazioni Esterne dell’Unhcr, in un momento storico segnato da conflitti, violenze e persecuzioni che continuano a costringere milioni di persone alla fuga, e in cui il diritto d’asilo è sempre più oggetto di strumentalizzazione politica, è incoraggiante constatare che il sostegno alla protezione dei rifugiati rimanga solido a livello globale. Secondo Hyde, l’opinione pubblica continua in larga misura a sostenere i principi della Convenzione sui Rifugiati, adottata tre quarti di secolo fa, chiedendo però sistemi di asilo equi ed efficienti e una più equa condivisione delle responsabilità tra i Paesi.

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