Il Premio letterario internazionale Tiziano Terzani, riconoscimento istituito dal festival vicino/lontano di Udine insieme alla famiglia Terzani, è stato assegnato a Perché ero ragazzo di Alaa Faraj. Edito da Sellerio, il romanzo, “una storia esemplare di dignità e coraggio”, come afferma la motivazione – raccoglie le lettere dal carcere di un ragazzo libico nato a Bengasi nel 1995. Nell’agosto del 2015 Alaa Faraj aveva vent’anni. Era uno studente di ingegneria, una promessa del calcio. Alle spalle una famiglia pronta a sostenerlo nelle sue aspirazioni: raggiungere l’Europa, riprendere a studiare e ad allenarsi, dopo che l’università e il campionato erano stati cancellati nella Libia sconvolta dalla guerra civile. Ma ottenere un visto era impossibile. E così Alaa sceglie di partire a bordo di un barcone insieme agli amici di pallone, senza avvisare la famiglia.
Durante quella traversata 49 persone morirono soffocate dentro la stiva. Accusato di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”, Alaa Faraj è stato condannato a 30 anni di carcere. Ma “Alaa non si fa sconfiggere dalla disperazione. Studiare, imparare diventa il suo modo di sopravvivere”. Continua ad affermare la sua innocenza, accettando, sempre fiducioso nella giustizia, il ruolo del detenuto, ma mai quello del criminale. È grazie all’incontro in carcere con Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del diritto, che si trasforma in uno scrittore. Racconta la sua storia in un italiano appreso dentro le celle, scrivendo a mano, in stampatello, su fogli rimediati in prigione e poi inviati, lettera dopo lettera, alla sua “carissima amica Ale”. Ne nasce un romanzo di formazione e un romanzo epistolare.
“Alaa – si legge nella motivazione – non vuole la nostra pietà: cerca giustizia. La destinataria delle sue lettere dal carcere sa ascoltare la sua voce, il suo respiro narrativo, ne incoraggia la funzione terapeutica. Ma il padrone della pagina è lui: è lui a imporre il metodo nel procedere della scrittura. E lei lo rispetta, regalandogli l’accesso a quel surrogato di libertà che la letteratura concede perfino ai carcerati”.
“Scrivere questo libro – afferma Alaa Faraj – non è stato facile. Non è stato facile tornare indietro nel tempo e provare quella emozione frustrante e terribile. Ma è doveroso farlo. Questa tragedia deve essere raccontata anche per quelle persone morte che non hanno avuto giustizia”. E ancora: “Non voglio un risarcimento economico. Voglio la mia dignità. Voglio la mia libertà fisica in un’aula di tribunale. Non voglio il compromesso. Siamo ancora in tempo”. Lo scorso dicembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso ad Alaa la grazia parziale, uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi. Ad Alaa ora restano da scontare ancora alcuni anni ed è in corso una nuova procedura di revisione del processo.






