Nel 2026 il mondo appare più frammentato e meno capace di cooperare. È questo lo scenario di fondo delineato dal Rapporto annuale del Centro Astalli per l’assistenza agli immigrati , che punta il dito contro un multilateralismo indebolito e una crescente polarizzazione geopolitica. A pesare sono soprattutto i tagli ai finanziamenti internazionali, a partire da quelli dell’Usiad (Agenzia degli Stati uniti per lo sviluppo internazionale), che hanno avuto effetti immediati: programmi sospesi, interventi ridotti e migliaia di persone lasciate senza servizi essenziali. Le conseguenze si fanno sentire anche in Italia, dove il Terzo settore fatica a garantire continuità a servizi fondamentali per l’accoglienza e l’inclusione.
In Europa, la riduzione degli arrivi cosiddetti “irregolari” si accompagna a un inasprimento normativo: aumentano i casi di inammissibilità delle domande d’asilo e si amplia il concetto di “Paese terzo sicuro”. Misure che, secondo il Rapporto, non incidono sulle cause profonde delle migrazioni forzate, ma rendono più difficile l’accesso alla protezione. L’Italia si muove nella stessa direzione, privilegiando il controllo delle frontiere rispetto a politiche di inclusione. Il risultato è un paradosso: persone con competenze e livelli di istruzione spesso elevati restano intrappolate in condizioni di marginalità, tra lavori poco qualificati, povertà e percorsi di cittadinanza lunghi e incerti. Eppure, sottolinea il Centro Astalli, la strada è chiara: l’inclusione non è un gesto di solidarietà, ma una scelta di politica pubblica efficace.
A Roma, in via degli Astalli, nel 2025 oltre 1.200 persone hanno avuto un primo accesso ai servizi di bassa soglia, più di 2.500 si sono rivolte alla mensa (per oltre 62 mila pasti distribuiti), mentre 1.650 hanno ricevuto assistenza sanitaria. Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di una domanda strutturale. Lo dimostra anche il fatto che quasi la metà degli utenti della mensa è costituita da richiedenti asilo, una quota in crescita. L’incertezza giuridica si traduce così direttamente in precarietà materiale.
Tra i dati più preoccupanti emergono quelli sulla salute mentale dei minori: oltre mille visite per poco più di 150 bambini e ragazzi, segnale di un disagio profondo e spesso invisibile.
Il sistema di accoglienza mostra segnali di affaticamento. Nel 2025 il Centro Astalli ha accolto 199 persone tra centri Sai, case famiglia e cohousing, ma i tempi di permanenza si allungano. Il principale ostacolo all’uscita dai percorsi di accoglienza è la casa. Anche chi lavora fatica a trovare un alloggio: pesano i costi elevati, le discriminazioni e le rigidità burocratiche. Il risultato è un turnover ridotto e un sistema che rischia di bloccarsi. Particolarmente difficili le condizioni per le donne sole con figli, che incontrano maggiori ostacoli nel conciliare lavoro e cura.
I dati sull’inclusione raccontano una realtà ambivalente. Nel 2025 sono state accompagnate oltre 900 persone allo sportello lavoro, con più di 2.300 azioni di orientamento e 230 inserimenti lavorativi. Anche sul fronte dell’istruzione emergono elementi significativi: il 38 per cento degli studenti della scuola di italiano è laureato. Un capitale umano che però fatica a trovare un riconoscimento adeguato. Come evidenziato anche dall’Ocse, l’occupazione resta concentrata in settori a bassa qualifica, mentre persistono condizioni di povertà e sovraffollamento abitativo. A rallentare i percorsi di inclusione contribuiscono anche le lungaggini burocratiche e le difficoltà di accesso ai servizi digitali pubblici.
Accanto ai servizi, il Centro Astalli porta avanti un intenso lavoro culturale ed educativo. Nel 2025 oltre 21 mila studenti sono stati coinvolti nel progetto “Finestre – Storie di rifugiati”, mentre più di 10 mila hanno partecipato a percorsi di dialogo interreligioso.
Un impegno che punta a contrastare una narrazione pubblica spesso semplificata e securitaria, riportando al centro le storie e i diritti delle persone.
Nel corso dell’anno sono stati realizzati 17 progetti e distribuiti oltre 114 mila euro in contributi diretti per bisogni essenziali: sanità, istruzione, affitti, documenti, interventi mirati a rimuovere ostacoli concreti all’autonomia. Ma la contrazione dei finanziamenti, aggravata anche dal ridimensionamento di programmi internazionali, rende il quadro sempre più incerto. In questo contesto, il ruolo dei volontari – 877 in tutta Italia – diventa cruciale.
Il Centro Astalli è oggi una rete diffusa, attiva in diverse città italiane, da Bologna a Palermo, da Trento a Catania. Complessivamente segue circa 21 mila persone e coinvolge oltre 31 mila studenti. Le criticità sono comuni: emergenza abitativa, lavoro povero, burocrazia lenta, bisogni sanitari complessi. Ma le esperienze territoriali dimostrano che un’alternativa è possibile. Dall’unità di strada per le persone invisibili a Catania, ai modelli di accoglienza diffusa a Vicenza, fino alle reti sociali costruite a Bologna, emerge un dato chiaro: quando esiste una volontà politica e un tessuto sociale attivo, l’inclusione funziona.
Il Rapporto si chiude con una riflessione: l’instabilità globale, le disuguaglianze e il declino demografico possono diventare fattori di crisi oppure un’occasione per ripensare il futuro. La differenza, ancora una volta, sta nelle scelte. Non solo della politica, ma anche della società civile. Perché, conclude il Centro Astalli, l’inclusione non è solo possibile: è necessaria.
Qui potete scaricare il Rapporto 2026






